Tra bocca e cuore

Velata tra i piedi, movenze circolari
nelle lunghe vie tutte uguali, alberi e strade, mozza
come un’ipotesi, sinistra e tardiva, ossuta, spedita, superba
sbieca, sfrontata, rifratta sul bianco marmo del Duomo
distratta, innamorata, curvata negli spigoli smussati dal tempo
sgualcita dalla noia, obliqua, animata d’artisti, – quanti passi –
sdrucciola poesia, che scorre tra i Navigli – è stato amore –
con i sassolini nelle scarpe, una inquietudine
risolta nell’abbraccio
consumata e bizzarra, una mela troppo tonda
l’agrodolce tra bocca e cuore, la malinconia
l’angoscia inghiottita come veleno – ricordi
frantumano dentro come un controsenso
-non sai quanto ti amo. Un respiro
spinge qui nel costato, come un marchio a fuoco
lascia il segno, e indelebile sarà per sempre

La saggezza

Poiesis

A volte
vorrei essere sana, come certe parole, coperte di follia
vorrei
essere come il cielo, distesa tra le nuvole, serventi e bianche.
Il mondo rincorre gli angoli a monte, s’inventa la vita ogni giorno
s’arrampica e guarda dall’alto con la superbia di un signore ricco.
Hai mai sentito la cattiveria della fame?
Ogni budella s’intreccia, sgomita, non si frena, nemmeno se provi a dormire.
Colpisce
un pensiero perenne, come la lingua che saltella sul solito dente bucato.
La mediocrità più concreta, un dire di una fame senza averne mai avuta.
Arduo capire in ogni istante, e decidere ciò ch’è giusto.
L’esperienza insegna a non morire, la paura, a sopravvivere
il sapore del senno di poi, la saggezza.

E tu, l’hai mai sentita la cattiveria della fame?

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IL NON – SENSO

Venne sera, camminare al buio era una scommessa stupida, eppure tentoni ci riuscivo, avrò qualche livido ma vuoi mettere il brivido di provare? Pensai, è un po’ come saggiare l’esperienza della cecità, facilitata dal fatto che conosco l’ambiente, un po’ come conoscere la vita e come in essa anche qui, se qualcuno mutasse qualcosa sarebbe sbattere o inciampare e cadere.
Io, sempre pronta ad affrontare le difficoltà decisi di provare, le sfide mi erano sempre piaciute e a quel punto chiusi gli occhi, portai le mani davanti e cominciai a camminare. Decisi di percorrere tutto il corridoio, al buio è così strano, ogni rumore è amplificato, a un tratto mi fermai, temevo di sentirmi afferrare all’improvviso, di toccare qualcuno, una mano, un corpo, avevo paura di aver paura. Era più difficile di quanto mi aspettassi, il corridoio era lungo, interrotto dalle porte, lo sapevo, dovevo solo decidere quale aprire.
Feci ancora qualche passo, a un tratto sotto le dita sentii il piano di una delle porte, la sensazione del legno era differente da quella del muro, era un tocco diverso, meno freddo, più liscio.
Fuori pioveva, sentivo l’acqua che scrosciava, il rumore monotono, e tra le palpebre chiuse filtrava ogni tanto la luce di un fulmine, e poi m’aspettavo già il rumore del tuono, ciononostante mi spaventava lo stesso ma non aprirò gli occhi, pensavo, non sono una persona che s’arrende.
Toccai la maniglia era gelida, la ricordavo d’ottone ricamato, lo sentivo sotto le mani, l’orlo, il cerchio all’estremità, aveva tutto un sapore diverso anche l’odore della casa aveva una magia diversa, più intenso, più vero, quasi fosse vivo. Strinsi la maniglia e la piegai in basso, a un tratto la porta s’aprì, ero nella camera degli ospiti, sapevo che là, non ci entrava mai nessuno, era fredda e aveva l’odore del chiuso e dei mobili. Feci qualche passo, poi richiusi la porta alle mie spalle, allungai le braccia e ricominciai a camminare piano, lentamente, fuori pioveva ancora e dalle finestre il vento sibilava come fosse una vipera in posizione d’attacco, qualche passo ancora e toccai la poltroncina, il legno intarsiato intorno alla seduta e allo schienale, entrambi foderati di tessuto damascato, lo sfiorai, sotto il palmo il tessuto pareva ruvido, nella mente ne ricordavo il colore, blu e oro. Passai le dita sui braccioli della poltrona poi la lasciai al mio fianco e proseguii, qualche passo avanti e arrivai quasi al letto, lo capii calpestando il tappeto, lo scendiletto ch’era là sulla parte più vicina alla vista entrando, perché facesse scena, abbelliva la camera e dava un tocco di classe, un tappeto dà sempre un tocco di classe, qualche passo e le ginocchia sentirono il letto, mi piegai, le mani strisciarono la coperta di seta, salirono verso la parte superiore del letto e scoprii il guanciale, morbido, di piuma, scostai la coperta, le lenzuola, il letto era gelido, decisi di aggirarlo piano, camminai accostandolo e arrivai all’estremità opposta, sempre strisciando la mano sulla coperta che produsse un rumore come di uno strappo quando a toccarla furono le unghie. Mi fermai un attimo cercando di ricordare la disposizione della stanza e mi venne in mente che, ai piedi del letto più o meno al centro, c’era una vecchia cassapanca la raggiunsi, giusto il tempo di sentirla sotto i polpastrelli che un tuono violento mi fece trasalire, sedetti alla punta del letto, l’aprii, toccai tutti i miei ricordi, li avevo riposti dentro quella cassapanca di legno antico, conservati gelosamente per anni, ero tentata d’aprire gli occhi volevo guardarli ancora, anche se nel cuore erano luminosi, tutti intatti come li avevo lasciati, mi strinsi forte in un abbraccio e respirai piano. Non avevo aperto mai gli occhi, non avevo acceso la luce, era forse il modo migliore d’assaporare ogni cosa. I battiti erano accelerati, mi strinsi più forte, ora avevo freddo, risalii il letto a carponi, raggiungendo la parte superiore mi infilai sotto le lenzuola e tirai su la coperta, fin sopra i capelli, decisi che non l’avrei rifatto, camminare nel buio, con gli occhi chiusi, forse era meno pericoloso di ritrovarsi alla luce e a me piaceva il rischio, anche di guardarti negli occhi, l‘avevo capito… mi rivolsi s’un fianco pensando a domani, ma domani non era il presente era il futuro ed io, volevo vivere adesso, intensamente, tutto il buio e tutta la luce del mondo, con te, senza paura d’avere un senso, né di darne a tutto a ogni costo

Ma cosa importa alla gente della nostra vita?

Quando il troppopieno nelle mani
rintocca nella nicchia dei per sempre
ogni surreale s’arrende al mito.
I folletti scalciano la notte, il sonno s’affanna
in un impeto arguto, che
rasenta il suolo delle certezze.
È il luogo dei sogni – amore
quell’altalena sghemba che trascina per terra i piedi
e tu, a occupare un posto storto, per tentar di volare.
S’affaticano ormai gli occhi, s’arrendono ai giorni svelti
nessuna corona sulle aspettative
corrispondenze strabiche, sonori dissensi.
Ma cosa importa alla gente della nostra vita?
Vorremmo solo un cerchio, il nostro tempo.
Ché un orologio non rintocchi ogni ora
laddove le creazioni possano arrestarsi
sulle ginocchia flesse
sulle spalle arrotondate
sulla nostra immagine sana
-simmetria sterile.
Se guardi il cielo, sai, ormai
c’è l’infinito mediocre dell’immenso
e ogni cuore descritto come fosse unico.
Quanti poeti al mondo, quanta strada scoscesa
quanta rassegnazione
rapide, che uccidono sì belle agl’occhi
fossero schianti le onde, fossero docili gli scogli
dove s’infrange inalberato il mare
come intorno a una coscienza
designata via di sola andata, viaggio senza ritorno.
Avresti immaginato che
tra labbra e mani ci fosse l’eterno?
Ah! Se bastassero solo i corpi uniti a divenire
il tuttotondo -di un per sempre!
È così breve l’inferno, e brevi noi
mortali e persuasi di ogni paradiso.

E di un per sempre